La storia del Teatro Talia

LA STORIA

Il pontefice Innocenzo X con Bolla del 1652 soppresse tutti quei conventi cui mancavano rendite sufficienti al mantenimento di un determinato numero di religiosi. In Tagliacozzo vennero colpiti i Domenicani nell’Annunziata, ed i monaci Cassinensi in prossimitàdel monastero delle Benedettine in S. Cosma, sebbene la tradizione per questi ultimi, alludesse non alla Bolla, ma a fatti scandalosi ed atroci. Fin dall’anno 1686, la Nostra Universitàebbe l’idea di formare un teatro nel locale abbandonato dai Benedettini. Vi si accedeva per una porticina che tuttora esiste nella via del Monisterio per la quale si entra nei sotterranei del teatro stesso. non vi erano ordini di palchi, né sedili nella platea e a tutto si suppliva con sedie portatili. La platea in parola ritrovavasi ove oggidì è il palco-scenio, e viceversa questo dove è attualmente quella. Qualunque sia stata la sua forma, era quello l’andazzo del tempo, ma ciò non toglie che questa patria non siasi sempre distinta per civiltà e coltura, a preferenza degli altri paesi marsicani.

Questo vasto fabbricato trovasi costruito in un luogo centrale, ma i suoi rustici muri al di fuori formano una nera massa che produce pessima impressione. Se, solidi e regolari come sono, venissero intonacati ed ornati di cornicione con simmetriche e proporzionate finestre, se si demolisse una stalla e fienile che vi esiste a contatto, con rischio d’incendio, e vi si facesse nascere una piazza nella quale campeggiar potesse l’aria e la luce tanto necessaria a quelle piccole case contermini, si cangerebbe l’attuale bruttura in un monumento specioso.

Nell’anno 1799 ebbe luogo in questo Teatro un Melodramma intitolato Betulia liberata in occasione della festa di Sant’Antonio da Padova, e relativo alla liberazione di Tagliacozzo dal sacco e fuoco come a pag. 119. Fu appositamente composto ad imitazione del Metastasio, e musicato dal professore Antonio Brunetti pisano, maestro della metropolitana Chieti, dove venne dato alle stampe. L’attuale progresso dell’arte drammatica rende difficile a credersi in un paese questo avvenimento del secolo passato, per tutti coloro che dalle idee presenti distinguono la diversità dei tempi.

Moltissimi alberi castagni recisi nelle selve dell’alto paese, nel 1821, per farne barricata agli Austriaci in Rocca di Cerro, pag.135, erano rimasti inutilizzati per diversi anni. Per usufruirne nacque l’idea di riformare il Teatro all’uso moderno, ed all’uopo si creò una commissione di quattro distinti cittadini, i quali facendo segare a pezzi necessari que’ tronchi, diressero l’opera con tutto zelo ed impegno. La posizione del Teatro venne totalmente cangiata; la platea fu costruita a posti fissi, e tre ordini di palchi, in tutto 32, ne formano la decenza e la bellezza; né mancano camerini da toeletta per i comici, né camere con focolari pel riscaldamento. Un valente scenografo romano dipinse i diversi cangiamenti di scene e di sipari, e nell’agosto 1832 venne inaugurato con una compagnia in musica a piena orchestra diretta dal signor Labriola. E siccome nel luglio precedente era stao qui a pernottare il Re di Napoli, Ferdinando II, così venne a lui dedicato con una lapide sulla porta d’ingresso. E appunto questa iscrizione fu la causa che i sedicenti garibaldini, entrati ostilmente in questo disgraziato paese il 9 ottobre 1860, vi appiccassero fuoco, come vedrassi a pag. 144. Sopra la sala d’ingresso al pianterreno era l’abitazione del signor Venturini, una volta dei Iacobittila quale andò totalmente in fiamme, e non contenti di tanto trionfo, e con la mira, in taluni Marsicani, di distruggere questo teatro che formava e forma tuttodì l’invidia di chi non lo ha, accumularono nel mezzo della platea le sedie di tutti i palchi e le incendiarono. Il teatro, eccetto i muri esterni, è tutto in legno, come lo sono tutti gli altri delle città, le sedie impagliate dovevano fomentare l’incendio, il tutto doveva distruggersi ed incenerirsi da questo elemento, eppure a dispetto degli invidiosi il fuoco fu più pietoso degli uomini, appena si limitò a bruciare un metro quadrato nel passaggio di mezzo della platea, e due estremità dei sedili a contatto. Che se guasti maggiori si evitarono, se ne devono le grazie ad un cittadino generoso, il quale chiamò operai, ed affrontando pericoli, fece tagliare le comunicazioni sul tetto, chiuse l’ingresso ai palchi e platea con un muro improvvisato con sassi e terra bagnata, e vigilò tutta la notte per tema che di nuovo si sviluppasse l’incendio.

Il Comune fece acquisto dell’area e dei rottami della casa anzidetta per lire 2125, risarcì i muri esteriori, abbattè i tramezzi interni, fece di nuovo il tetto intero, ed aspettò condizioni migliori per proseguirne il restauro totale. Di fatti nell’anno 1887-1888, l’opera si portò a compimento con sagacia ed energia. Fu dato il vero aspetto di teatro al muro della prospettiva  con finestroni e tre ingressi, de’ quali uno mette al caffé, uno alla camera del bigliettaro ed il terzo di mezzo conduce al vestibolo, da dove al teatro. Tutto fu messo sul gusto moderno, e di denominò Teatro Talia dalla Musa che la favola narra soggiornasse alla sorgente del fiume Imele. Al di sopra del detto vestibolo e camere, è nato un vasto salone con altre camere contigue, ma sarebbe necessaria una spesa di accomodo per renderlo atto e decente a qualsivoglia pubblica adunanza, in ricorrenza di feste, accademie, votazioni elettorali etc. Si dirà che la spesa è improduttiva, ma è pur necessaria, non avendo il Comune un locale corrispondente ai cennati bisogni. La sera del 2 ottobre 1888 s’inaugurò la luce elettrica in tutto il paese, ed in questa circostanza venne aperto anche il teatro con una compagnia in musica fatta venire a bella posta, e per più sere consecutive dié il trattenimento con la Lucia e con la Sonnambula. Il concorso dei signori marsicani fu straordinario, sì per curiosare la luce elettrica, che per vedere il teatro rimesso a nuovo con dorature, dipinti, ecc. Dopo ciò non passa stagione che non aprasi da compagnie drammatiche, o musicali.

[Gattinara, pp. 69.71]

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